Scrive Moses Soave nel suo “Della famiglia dei Soncini – Celebri tipografi ebrei nei secoli XV, XVI” del 1878: “Soncino è un grosso e bellissimo borgo, situato in amena e fertile pianura nella provincia di Cremona [omissis]  Un ricco e dotto medico ebreo, di nome Israel Natan figlio di Samuele, la di cui famiglia era originaria della Germania, e precisamente di Spira aveva preso dimora in Soncino, prendendo poscia il cognome da quella terra, avendo trovato cortese ospitalità.”

È dunque con parole cordiali che Donato Soncino descrive il borgo e i suoi abitanti, al punto tale che il Soave ritiene che l’attribuzione del cognome “Soncino” sia stata una libera scelta di Donato Soncino.

Israel Nathan detto Donato, oltre che ad essere un medico, è un fine letterato, come indicato da più fonti oltre che dal Moses Soave stesso. Della produzione letteraria del capostipite dei Soncino arriva fino ai giorni nostri solo un indice autografo che è tutt’ora conservato alla Biblioteca Palatina di Parma, l’indice del Canone d’Ibn Sina, meglio indicato come Canone di Avicenna o Canone della medicina, un trattato scritto in arabo dal medico, fisico e filosofo musulmano Avicenna e tradotto per la prima volta in ebraico nel 1279.

La famiglia, originaria di Spira nella regione tedesca della Renania, si sposta dalla Germania verso sud-est, percorrendo quello che è presumibilmente il percorso della via Claudia Augusta, che dalla Germania portava verso l’Italia del Nord entrando da quello che oggi è il passo del Brennero. Da lì, Moses ben Joseph viene registrato nella città di Treviso grazie ad una concessione di banco verso la fine del XIV secolo. In quel momento Moses ben Joseph viene indicato come prestatore de Alemania  e gli viene attribuito il cognome “Da Spira” per via della provenienza.

I rapporti con la città di origine non si interrompono, e sono frequenti e documentati i viaggi che i successori di Moses ben Joseph da Spira fanno da e per la città di origine. I rapporti con la comunità ebraica di origine sono frequenti e coordinati nonostante gli spostamenti della famiglia Da Spira sul territorio del Nord Italia. Essendo l’attività principale quella bancaria, i Da Spira appartengono ad una fitta rete di collaborazione che si estende in tutta Europa. Nel frattempo vengono aperti dei banchi anche a Mantova e a Cremona, dove Moses ben Joseph Da Spira si stabilisce nell’anno 1400 in quella che oggi è la via Mercatello, dove rimarrà per cinque anni, spostandosi in seguito a Mantova, nel 1405.

Uno dei figli di Moses ben Joseph Da Spira, Shemuel detto Simone Da Spira, si sposta da Treviso a Bassano del Grappa, a Marostica ed in seguito ad Orzinuovi nel bresciano. Simone ha un fratello del quale si trovano pochissimi documenti, il quale ha a sua volta un figlio, Israel Nathan ben Shemuel ben Moshe Soncino. Costui è indicato come “figlio adottivo di Simone Da Spira” dal più illustre studioso dei testi dei Soncino, l’abate Giovanni Bernardo De Rossi (1742-1831).

Nella seconda metà del XV secolo, proprio nel borgo di Soncino, inizierà una intensa attività editoriale in lingua ebraica, utilizzando una tecnologia che, in quei tempi, si potrebbe paragonare oggi alla diffusione di internet nel mondo: la stampa a caratteri mobili.

Questa nuova tecnologia era stata “scoperta” alcuni anni prima a Magonza, ad ovest di Francoforte, da un orefice appartenente ad una ricca famiglia di commercianti, Johannes Gutenberg. La scoperta di Gutenberg è tutt’altro che banale: i caratteri mobili consentirebbero di abbandonare la stampa con le lastre, le quali vanno incise una ad una in negativo e consentendo all’incisore un margine di errore ridotto al minimo. I costi per la preparazione di una lastra sono elevatissimi e richiedono l’intervento di un incisore esperto e acculturato al punto da poter riportare e leggere il testo da stampare senza trasferire errori. Un lavoro, questo, appannaggio di pochi. Gutenberg, che aveva un trascorso da orefice, aveva intuito la possibilità di fondere o incidere un singolo carattere (detto “tipo”) al posto dell’intera lastra, velocizzando così il lavoro di preparazione della lastra e consentendo addirittura di apportare eventuali correzioni in corso d’opera, qualora si fossero verificate, cosa che era sostanzialmente impossibile con le lastre incise convenzionali.

Gutenberg si scontra con la difficoltà di mantenere uniforme la stampa effettuata con i caratteri mobili, in quanto ognuno dei caratteri, da 500 ad 800 per ogni pagina composta, aveva una sua mobilità ed un certo “gioco” sulla lastra di composizione, che Gutenberg aveva adattato a semplice supporto di contenimento dei caratteri tipografici. Dalla sua non c’è sicuramente una tecnologia meccanica di precisione che lo coadiuvi nella produzione di caratteri tipografici tutti perfettamente allineati. Lo sforzo per arrivare a dei risultati accettabili è enorme, e Gutenberg spende tutti i 20.000 Fiorini prestatigli dal socio e banchiere Johann Fust. Gutenberg mette in vendita 180 copie della sua Bibbia Cristiana delle 42 linee il 23 febbraio del 1455, e nonostante l’impressionante qualità del prodotto finale e il riscontro nelle vendite, Gutenberg è costretto a fallire a causa delle pressioni da parte del socio Fust. Gutenberg non riuscirà mai più a riprodurre la stessa qualità di stampa della Bibbia della 42 linee, nonostante l’apertura di una nuova tipografia e successivamente alla sua distruzione nel 1462 in seguito alle lotte interne alla gerarchia cattolica nella città di Magonza.

È limitativo, però, descrivere l’opera di Gutenberg legandola solo all’invenzione del carattere mobile. Gutenberg fu l’ideatore di un intero processo produttivo che partiva dalla creazione del carattere passando dalla posa sul telaio tipografico, ma soprattutto Gutenberg fu colui che per primo in Europa riuscì a calibrare con estrema precisione tutte le componenti per una buona resa tipografica: carta o pergamena, inchiostri, pressione con torchi da vino modificati, un lavoro enorme sull’uniformità della stampa, altissima qualità dell’incisione dei singoli caratteri. Gutenberg arrivò a questo risultato solo dopo 10 anni di tentativi e prove, e non senza un discreto esborso di denaro. Gli unici a migliorare l’opera di Gutenberg furono l’ex socio e finanziatore Fust e l’incisore di Gutenberg stesso Peter Schöffer, i quali aprirono una tipografia, la Fust & Schöffer, che è ad oggi la prima tipografia al mondo ad aver fruttato dei guadagni dalla vendita dei libri prodotti con i caratteri mobili.

La famiglia Soncino sembra aver acquisito in qualche modo tutte queste competenze, e a distanza di pochissimi anni dalla morte di Gutenberg proprio a Soncino viene avviata una tipografia con caratteristiche addirittura superiori a quelle di qualsiasi altra tipografia a caratteri mobili esistente in Europa in quel tempo. I contenuti delle opere stampate dai Soncino si rivelano da subito straordinari per la loro rarità e per la qualità dell’ebraico con cui sono stampati.

Per prima cosa la tipografia dei Soncino stampando testi a carattere religioso in lingua ebraica, diventa la prima tipografia ebraica con caratteri mobili al mondo. A Soncino, così come negli altri luoghi utilizzati dai Soncino come officina di stampa, sono documentate prove, tentativi di stampa non andati a buon fine o stampe di bassa qualità: i Soncino partono subito con una edizione del trattato talmudico delle benedizioni (il Berakot) nel 1483 inedito, completo e sostanzialmente perfetto da un punto di vista della tecnica tipografica. Tutta la squadra che produce i testi a Soncino è rigorosamente di religione ebraica, nel pieno rispetto delle regole religiose riguardanti i testi sacri, a partire dagli incisori fino ai revisori dei testi.

Il primo figlio di Donato Soncino, Giosué, è considerato la mente tecnica di questa impresa. Come scrive Moses Soave, sempre nel volume “Dei Soncino celebri tipografi italiani” del 1878:

E il figlio Giosué Salomone effettuò il nobile pensiero del padre con rara attività, maestria e ingegno; ed oltre ad essersi acquistato un nome distinto come tipografo-editore, si fece conoscer anche buon scrittore nelle epigrafi, che si trovano alla fine delle opere da lui stampate. E altra prova del suo sapere e della sua perizia si osserva nella scelta giudiziosa delle opere come pel confronto dei codici manoscritti da lui con gravi sacrifici raccolti.”

 

Gli artefici di una impresa colossale

Joshua Solomon Soncino – detto Giosué Salomone, figlio di Donato Soncino, probabilmente il primogenito. Dunque, a Soncino sono presenti non solo i volumi stampati dalla tipografia omonima, ma anche i manoscritti che ne generano i testi trasferiti poi per una diffusione più capillare nel mondo ebraico di allora (e non solo), e da quello che scrive il Soave colui che li raccoglie e che li vaglia è proprio Giosué Salomone. Sempre il Soave, nel volume sopra indicato, scrive:

Dopo di avere innalzata la tipografia ebraica di Soncino ad un grado di eccellenza che ha quasi del prodigioso per l’epoca, essendogli forse morto il genitore [Donato Soncino, ndr] e per altri gravi motivi ancora, si trasferì a Napoli nel 1489, dove due anni prima era stata introdotta una tipografia ebraica. Incominciò in quel luogo una piccola serie di splendide edizioni non punto inferiori a quelle di Soncino [omissis]”

Dunque, ecco la prova che l’artefice tecnico ed editoriale della tipografia Soncino fu Giosué Salomone, che per qualche ragione lasciò la tipografia nelle mani del nipote Gherson. Di Giosué Salomone si trovano tracce molto precise sulle opere eseguite a Soncino ma anche a Napoli, dove si trasferisce subito dopo l’uscita da Soncino, a detta del Soave nel 1489. Il Soave stesso indica come motivo della dipartita da Soncino “la morte del padre ed altri sciagurati motivi”, inducendo a pensare che le vicende relative a determinate persecuzioni per mano del Ducato di Milano nei confronti del padre Donato fossero state causa non solo della morte, seppur indiretta, dello stesso padre, ma di un risentimento tale da farlo uscire per sempre da quel territorio che gli aveva dato i natali.

Il Soave ci da così l’indizio sulla data di morte del padre di Giosué Salomone, Donato Soncino; un indizio piuttosto preciso in quanto il Donato Soncino viene processato dal Ducato di Milano nel 1488 e ivi assolto dai reati che prevedono pena capitale, per poi essere scarcerato a fronte di una cospicua multa pecuniaria. Dunque, Donato Soncino è vivo nel 1488, e viene indicato come defunto nel 1489.

Nello stesso periodo muore anche il fratello di Giosué Salomone, Mosé Soncino. Quest’ultimo fu insignito del titolo di Chavér, un titolo rabbinico intermedio, il che fa immaginare che a Soncino ci fosse una comunità ebraica di tutto rispetto. Mosé Soncino ebbe almeno due figli, Gherson e Salomone Soncino. Entrambi collaborarono alla casa editrice, ma al contrario del fratello, di Salomone si trova traccia in una sola opera intitolata “Arbaà Turim”, o “ I quattro ordini” del Rabbi Jacob ben Ascér.  In fondo a questo volume, si legge l’epigrafe che ne attesta la paternità: “Stampato da me, Salomone, figlio del Chavér Mosé Soncino di benedetta memoria.”

Gherson detto anche Girolamo Soncino (1460 – 1534)

Il fratello di Salomone, Gherson, è forse il più celebre e il più discusso fra i membri della famiglia Soncino. Per prima cosa è necessario fare una precisazione: Gherson e Girolamo (detto anche Geronimo) Soncino sono la stessa persona. Questo sdoppiamento dei nomi, avvenuto in un periodo successivo a quello soncinese, creerà una serie di equivoci che si protrarranno fino ai tempi più recenti. Addirittura, nel ‘700, l’abate De Rossi, uno dei più grandi orientalisti dell’epoca e finissimo esperto dei testi ebraici stampati dai Soncino, ignorava la produzione di Girolamo Soncino in italiano, mentre conosceva perfettamente quella di Gherson Soncino in ebraico.

Nel descrivere questa figura tanto fondamentale quanto dimenticata (in patria), partiamo dall’epigrafe sull’opera grammaticale Michlòt di David Kimchi, pubblicata in ebraico a Costantinopoli da Gherson Soncino, e così tradotta:

Fin dalla mia gioventù ho viaggiato con disagio e fatica in Francia, in Calabria ed in altri luoghi col fine di trovare preziosi codici ebraici ai quali diedi la luce con la stampa. Molte di queste opere che trovai, giacevano ormai dimenticate al buio. Molte di queste opere che trattano della divina legge, ebbene furono da me stampate, e fra questi i ventitré trattati talmudici commentati dal Rasci che oggi vengono studiati nelle nostre piccole scuole. I tipografi veneziani le ristamparono copiandole dalle mie edizioni, apportando così grandissimo danno al mio lavoro. Costoro mi avrebbero ridotto alla rovina se non fosse per la mano del Santo Benedetto che sempre mi ha sorretto. Il mio giorno ormai declina al tramonto. Ma il Santo Benedetto, che tutto conosce, vorrà ancora una volta porgermi la sua benevolente mano per sorreggere la mia vecchiaia. Egli ricorderà in mio favore i sacrifici e i pericoli corsi per soccorrere i fratelli della Spagna e quelli del Portogallo affinché potessero restare alla religione del Sinai, dalla quale la pura violenza li aveva strappati. A Santo Benedetto ed al suo Benedetto nome ripongo dunque la mia fiducia.”

Questa epigrafe porta la data 1532. La sua ultima edizione è datata 1534, sempre a Costantinopoli. In quell’anno Gherson Soncino dichiara 74 anni di età, dunque nasce intorno al 1460, probabilmente a Soncino. Gherson ebbe tre figli: Mosé, Giosué e Eliezer. Quest’ultimo, che come i fratelli prosegue il lavoro del padre, nel 1435 scrive l’epigrafe delle composizioni poetiche dell’Emanuele (Mechebberòd) ricordando il padre defunto.

Ghersom Soncino a Venezia

In una Venezia che, agli albori del XVI secolo proibiva agli ebrei di risiedere in città relegandoli permanentemente alla terraferma, l’ingresso di un ebreo Soncinese come Gershon Soncino risulta quantomeno straordinaria. Nella realtà la proibizione da parte della Serenissima è legata ai soli “banchieri” ebrei che vogliano soggiornare in Venezia per più di 15 giorni, e non estesa a tutto il resto del mondo ebraico, il quale può avere libero accesso alla città se proveniente dalla Romagna, dalla Puglia, dalle Marche e dagli Abruzzi, che in tal caso possono visitare la città e risiedervi senza limiti di tempo1.

L’interesse per la cultura ebraica della Venezia di quel tempo è al suo culmine. Il nobile Marco Lippomano nella prima metà del ‘400 aveva coltivato un forte interesse per la tradizione giudaica, ma bisognerà aspettare la fine del secolo per vedere tale interesse maturare ad un livello superiore rispetto a quello più specifico e isolato del Lippomano, insinuandosi anche in quello che è il substrato culturale dei salotti “bene” Veneziani, al punto da influenzarne anche l’iconografia artistica della città. Un esempio su tutti è il dipinto del Cima da Conegliano “L’annunciazione” eseguito per la chiesa di Santa Maria dei Crocicchieri ed oggi conservato presso il museo dell’Hermitage di San Pietroburgo. Il dipinto ha come protagonisti il messo di Dio che porta l’annuncio e la Vergine Maria. Una bifora puramente rinascimentale fa da cornice ad un paesaggio urbano su un territorio collinare, e l’angelo, posto sulla sinistra, avanza verso Maria tenendo la mano destra sul cuore. Maria, seduta di fronte ad un letto a baldacchino, è intenta a leggere un libro, quando percepisce la presenza dell’angelo e la evidenzia con un leggero gesto della mano.

Sulla struttura superiore del letto a baldacchino è incisa una frase in ebraico: “Hinnen ha-‘almah harah we-yoledet ben”, ovverosia: Ecco la Vergine che concepisce e partorisce un figlio (Is.7.14), citazione di un versetto biblico specifico. Tale pratica non era comunemente utilizzata dal Cima da Conegliano, e sembrerebbe essere dimostrato da una richiesta specifica del committente2. I pittori veneziani non erano nuovi all’utilizzo delle scritture orientali nelle opere d’arte del tempo, ed in particolare il Cima da Conegliano aveva già utilizzato caratteri arabi come decorazione sulle vesti della Madonna col bambino della pinacoteca nazionale di Bologna o nel polittico di Olera3. Fu l’opera del Manuzio a sdoganare definitivamente l’uso dell’ebraico, il quale venne utilizzato sempre più frequentemente, come dimostra Angelo Poliziano nella sua Opera del 1498 e successivamente lo stesso Aldo Manuzio quando inserisce arabo, ebraico, greco e latino in una xilografia allegata all’opera Hypnerotomachia Poliphili4 del 1499.

Se, da una parte, l’iscrizione ebraica nell’opera del Cima da Conegliano è evidentemente frutto di una richiesta da parte della committenza, gli inserti multilinguistici nella Hypnerotomachia di Manuzio sono sicuramente un importante e chiaro richiamo ad un concetto che l’umanesimo ha ben definito e caro, vale a dire il contesto della sapienza occulta generata dalla convinzione che l’ebraismo e la sua cultura millenaria celassero una ben radicata esperienza nel mondo dell’occulto, come evidenziato ripetutamente da Pico della Mirandola e da Johannes Reuchlin5. Se, da una parte, il Pico della Mirandola aveva una indiscutibile capacità nel destreggiarsi con le lingue orientali e con l’ebraico in particolare, dall’altra Aldo Manuzio si deve affidare a collaborazioni che lo aiutino a destreggiarsi in una lingua che comporta non solo una certa perizia nell’essere interpretata, ma che nasconde il segreto di quella che sembra essere una moda molto apprezzata nel tempo del Manuzio, vale a dire la teoria cabbalistica che Pico della Mirandola e Johannes Reuchlin avevano lanciato nel mondo cristiano del tempo, tenendo conto del rapporto molto delicato che da sempre vigeva fra cristianesimo ed ebraismo. In tal senso viene ad evidenziarsi la tendenza interpretativa da parte di molti degli addetti ai lavori del tempo, i quali spesso cadono nelle estremizzazioni della caballà finendo con il teorizzare su concetti di carattere magico o peggio teurgico. L’allontanarsi dalla teologia di stampo cristiano da parte di costoro e l’avvicinarsi ad una forma nuova, quantomeno per il cristianesimo occidentale, dove la scrittura ha un significato simbolico oltre che letterale, crea una visione entusiasmante ed affascinante nella sua straordinaria diversità e nel contempo vicinanza a quelle che sono le basi del cristianesimo stesso, risultando così fondamentale in quegli anni proprio per il concetto di cristianesimo rinascimentale, ma allontanandosi a sua volta anni luce dalla complicata e laboriosa cabbalà ebraica. Tale condizione non è nuova nemmeno all’ebraismo, quando un importante movimento di pensiero teologico si dissocia da quelli che sono le teorie più estreme della caballà ebraica, pur rimanendo quest’ultima una componente importante (e non poco misteriosa) della cultura ebraica. La discussione relativa a questa nuova forma di pensiero è perciò poco analizzata, se la confrontiamo con altre discussioni del tempo, e relativamente contrastata dalla chiesa di Roma, in quanto viene così a verificarsi una condizione dove anche il cabalismo  cristiano va a confluire in quelle che sono le spinte di riforma della chiesa, fino a toccare elementi piuttosto scottanti come per esempio il “Messia femminile” e il “Papa angelico”, facendo figurare Paracelso come il “Lutero della medicina” e che in seguito genererà figure come Giordano Bruno o come l’abate benedettino Johann Heidelberg detto il Tritemio il quale, oltre che ad essere stato il maestro più importante per Paracelso, fu colui che teorizzò una riforma della magia, la quale doveva essere, a suo avviso, epurata di buona parte delle falsità scritte sui libri e ricondotta ad un piano più lineare e globale, disponendo così di uno strumento più adeguato per la riforma della cristianità stessa. Tutti, compresi Marsilio Ficino, Giordano Bruno, Paracelso e Guillaume Postel trasmettono la convinzione che tutto sia dicibile: il linguaggio è espressione organica di Dio, in forma di relazione divinamente prestabilita alla realtà che la trascrive, permettendo così di risalirvi. In questa fase si inserisce perfettamente il bagaglio culturale di Girolamo Soncino, amico di  Camillo Lunardi, conosciuto come astrologo ed esoterico. Girolamo Soncino ha di suo una cultura vastissima, trasmessagli in primis dal nonno Donato, dal padre Mosé e dagli autorevolissimi maestri che hanno coadiuvato la sua formazione nel contesto di quella che è la importante comunità ebraica di fine ‘400 nel nord Italia.

D’altro canto, Aldo Manuzio intesse una fitta rete di corrispondenza con alcuni contatti in Germania. Lo scopo è quello di avviare un’accademia trilingue sotto il protettorato asburgico e con il supporto della sua produzione libraria. Tale corrispondenza si registra dal 1498 al 1513, ed in particolare è diretta a Reuchlin e ad alcuni altri umanisti ed allievi di Reuchlin, come per esempio Konrad Celtis. L’idea che si evince dalla corrispondenza è quella di trasferirsi in Germania, cosa peraltro mai realizzatasi ma lungamente teorizzata. È altresì evidente che Manuzio desidera imporsi nel mercato della letteratura ebraica rivolta ai cristiani, mercato nascente ed avviato proprio da quel Soncino che Manuzio tenterà di ingaggiare più volte, senza risultato.

Girolamo Soncino e la sua famiglia avevano iniziato una proficua attività di stampa ebraica fin dal 1483, coadiuvati dall’esperienza di Donato e dalle sue conoscenze nel mondo della nascente stampa a caratteri mobili. Donato muore nel 1489 e Girolamo diviene così l’unico stampatore in caratteri ebraici al mondo per diversi decenni. Nell’officina di stampa dei Soncino sono presenti sia Girolamo che i fratelli Mosé Juniore e Joshua Solomon. Sicuramente per la correzione delle bozze si avvalgono di Gabriel ben Aaron da Strassburgo e per la composizione dei caratteri dell’illustre compositore Avraham ben Hayyim dei Tintori da Pesaro, già presente nell’ambiente tipografico Bolognese e apprezzato per la sua capacità e competenza. Nel 1488 danno vita alla cosidetta “Bibbia con i punti e gli accenti”, unica nella sua caratteristica forma facilitata, la quale finirà fra le mani di un giovane studente dell’Università di Magdeburgo, Martin Lutero, il quale ne prenderà visione all’interno della biblioteca dell’istituto, rimanendone estasiato.

Tanta qualità e capacità imprenditoriale non poteva essere sfuggita a Manuzio, il quale conserva in  cuor suo il desiderio di affrontare il mercato della pubblicazione ebraica rivolta ai cristiani. Girolamo Soncino e le sue edizioni con i caratteri facilitati non sono sfuggite al tipografo veneziano, il quale incontra Girolamo Soncino già nel 1498. Grazie alla sua frequentazione altolocata presso la nobile famiglia Tiepolo, Girolamo Soncino risiede a Venezia nonostante il rinnovato divieto di soggiorno per gli ebrei. L’interesse per il mondo dell’umanesimo, la sua cultura vastissima e la conoscenza di molteplici lingue fra cui il greco e il latino oltre che all’ebraico, ne fa una figura ambitissima dai cenacoli culturali veneziani. Sicuramente Girolamo Soncino ha una capacità comunicativa fuori dal comune e tali caratteristiche non sfuggono al Manuzio, il quale propone al Soncino una forma collaborativa.A cavallo fra il 1501 e il 1502 Manuzio pubblica un’operetta scritta dal Soncino, un’introduzione alla lingua ebraica che offre i primi rudimenti all’alfabeto con i nomi e i suoni delle lettere ebraiche, delle vocali e delle combinazioni fra vocali e consonanti. Più tardi, proprio quest’opera, ristampata dal Soncino a Pesaro nel 1510, rivelò la rivalità fra il Soncino e Manuzio, motivo dell’allontanamento del Soncino dal famoso editore veneziano: “Hoc alphabetum iam pene puer composui. Sed his cui dederam hebraice lingue ignarus non recte apposuit. Nunc vero correptum [sic] habes.” laddove his cui dederam hebraice lingue ignarus è chiaramente riferito al Manuzio.

L’opera riporta sia brani della cultura ebraica che brani della cultura cristiana, fra questi un “Padre Nostro” e l’acronimo dell’iscrizione sulla croce, l’INRI. Tale opera ha in se la natura del Soncino, squisitamente umanistica e aperta al dialogo interculturale.

C’è una curiosa analogia fra quest’opera del Soncino ed un quadro del Carpaccio, la celebre “Nascita della Vergine” esposto nella galleria dell’Accademia Carrara di Bergamo. Il quadro mostra, oltre al letto di Anna, una tabella in lingua ebraica che riporta l’insieme di due versetti della Bibbia che vengono utilizzati nella ritualità cristiana: “Santo, santo, santo in eccelso. Benedetto colui che viene nel Nome del Signore.” Non si tratta più di un inserto di carattere puramente decorativo, come altre volte era stato usato dal Carpaccio stesso, ma bensì di un inserto di carattere complementare alla scena del quadro stesso. Ma c’è di più: l’analogia con lo scritto di Soncino non è solo nel contenuto, ma anche nella forma. La preoccupazione (ebraica) del non pronunciare o scrivere il nome di Dio per intero viene aggirata dal Soncino con una imperfezione della scrittura tale da risultare scritto per esteso quello che in realtà non è:

Sullo stipite della porta dello stesso dipinto, c’è un’altra scritta, questa volta in latino, che è composta da tre lettere: ISU. A differenza della scritta in ebraico, la scritta sullo stipite della porta è molto meno evidente, ma non meno enigmatica: si tratta di un’altra premonizione donataci dal pittore, con un richiamo altrettanto forte all’ebraico. Infatti la scritta ISU non è altro che il nome di Gesù trasposto nella forma ebraica perché non avrebbe valore vocalico.

Potrebbe sembrare una ipotesi contorta ma nella realtà è una sorta di “marchio” del Soncino. Uno dei temi più cari agli intellettuali cristiani che si occuparono di ebraico fra il quattrocento e il cinquecento fu la ricerca di un trade d’union fra il tetragramma e il nome di Gesù attraverso la commutazione delle lettere in numeri seguendo la logica della cabalistica ebraica. Il frate Francesco Zorzi, uno fra i più importanti teorici della cabalà cristiana, ci offre un interessante spunto di riflessione in tal senso: il tetragramma che compone le quattro lettere del nome di Dio vale 26, mentre il nome della madre, che è Myriam, vale 290. Se uniamo 26 a 290 otteniamo 316, vale a dire il nome di Gesù in ebraico:

Tutto ciò si può interpretare in mille modi, ma quantomeno è facile comprendere l’entusiasmo con cui veniva accolta questa nuova scienza nel mondo culturale cristiano del tempo, con una corrente umanistica in piena ripresa e un movimento simbolista altrettanto forte.

Zorzi e Soncino furono in contatto per un certo periodo di tempo durante il soggiorno Veneziano di quest’ultimo, e il simbolismo che la cultura ebraica attribuiva al rapporto fra lettere, numeri e simboli da esse trasmesse animava vivacemente i circoli culturali del tempo. D’altro canto i testi cabbalistici non erano e non sono nemmeno oggi di facile interpretazione, e il Soncino era dottissimo in tal senso. Esso fu l’editore del testo fondamentale per gli studi halakici, il Talmud Babilonese. L’umanista bellunese Ludovico Pontico Virunio lo definì “doctissimus rerum reconditarum”, un sapientissimo nelle cose occulte, cosa che lo rendeva ancora più attraente della sua fama di editore talmudico. Dalla sua, il Soncino, dedicava tali argomenti solo ai pochi intimi delle conversazioni negli ambienti umanistici veneziani, e riteneva i suddetti argomenti adatti solo ai pochi e raffinatissimi partecipanti ai cenacoli veneziani dedicati all’argomento.

Molto più tardi, nel 1526, Girolamo Soncino sciolse le sue riserve in merito ai suddetti argomenti con la pubblicazione Avqat rokel (aroma di profumiere) apparsa a Rimini. Composta in quarto da diciotto carte in tutto e rarissima, spicca per la cura con cui è redatta ed eseguita. In quest’opera, come conclusione, abbiamo una inedita composizione poetica del Soncino intitolata Sire ben hakam.

Giunge l’anno 1501 e, repentinamente, Girolamo Soncino lascia Venezia per andare a Pesaro. Evidentemente il carattere del Manuzio è incompatibile con quello del Soncino, e non solo. L’incisore Francesco Griffo lascia l’officina di Manuzio per seguire Girolamo Soncino dopo 12 anni di lavoro con l’editore veneziano. Manuzio cerca rifugio in un altro ebreo (prossimo alla conversione al cristianesimo) che però si rivela molto meno dotato del Soncino. A questo punto è ufficiale la rinuncia definitiva alla stampa ebraica da parte di Manuzio. L’ultima edizione è proprio quella del 1501 con l’introductio di Girolamo Soncino, lasciando così spazio ad altri editori primo fra tutti Daniel Bomberg.

Le cause della rottura con il Soncino non sono ancora state chiarite. Sicuramente la voglia di protagonismo del Manuzio lo spinse a proporre al Soncino più una collaborazione gerarchica che una partecipazione, e il Soncino non aveva le caratteristiche per essere un semplice dipendente. La sua uscita dal mondo veneziano e dal circuito degli stampatori trasformerà il Soncino in un proficuo  editore sia di opere ebraiche che di libri italiani, latini e greci.

Aldo Villagrossi Crotti